mercoledì 28 ottobre 2015

Il documento approvato dall’Assemblea Nazionale di Sinistra Ecologia libertà

L’Europa ferita a Calais, a Ventimiglia, muta di fronte al corpicino di Alyan in fuga dal fronte di Kobane, lontana dalle bombe di Ankara, l’Europa delle vergogne appese sugli scogli di Lampedusa assiste silente ad un evento di portata storica, l’attraversamento di migliaia di persone in fuga da guerre e povertà. Evento che da un lato rafforza le paure alimentate dagli impresari del terrore e dunque dal fuoco razzista. Dall’altro la straordinaria vicenda dei cittadini viennesi accorsi in soccorso di una umanità in cammino ci consegna nuove speranze e nuove responsabilità. La storia si è rimessa in cammino, sulle gambe di un esodo in cerca di pane e futuro.
Una Europa che non riesce a cogliere il drammatico ritorno della guerra come strumento brutale di composizione di controversie tra Paesi e soprattutto come leva di un neocolonialismo nazionale che nutre i sogni di gloria e di egemonia dei governo di Russia, Francia, Gran Bretagna, Turchia e anche degli Stati Uniti. Il ritorno della guerra come unica politica capace di affrontare il groviglio medio orientale, scelte strumentali che, spesso, invece di combattere la pervasività e la forza dello Stato islamico, ne utilizzano il portato di terrore per regolare conti storici, come fa la Turchia in Kurdistan, o per cambiare le mappe geografiche e le sfere di influenza.
Una Europa matrigna che ha tradito il proprio compito storico e che assiste distratta all’apertura di questi scenari bellici senza neanche provare a svolgere la funzione di mediazione e dialogo tra le due sponde del Mediterraneo. Una Europa violenta anche verso i popoli che la compongono.
Come è accaduto in Grecia dove la vittoria straordinaria di Syriza ripristina uno spazio dialettico dagli esiti, tuttavia, ancora incerti. La partita che l’oligarchia europea a guida tedesca sta giocando contro la Grecia di Tsipras è ancora in corso ed è tutta politica, per nulla tecnica, ideologia pura, volontà di potenza per reprimere sul nascere qualsiasi contagio democratico.
Persino la razionalità tecnica avrebbe consigliato maggior cautela, come dimostrano le parole degli economisti Stiglitz e Piketty, su come mettere la Grecia nelle condizioni di pagare l’1,6 miliardi al FMI favorendo uno swap del debito con titoli BCE in cambio di bond dal fondo di salvataggio con scadenze più lunghe e tassi d’interesse più bassi. O la insistenza dello stesso Piketty sulla convocazione di una conferenza sulla ristrutturazione del debito. Solo per dire che le soluzioni tecniche esistono. Così come sul piano politico si aprono squarci nel granitico fronte dell’austerità, come dimostrano i sommovimenti che attraversano il mondo socialista dal Portogallo alla Francia fino alla stessa Germania.
O ancora meglio lo scenario inedito che la crisi finanziaria cinese offre per rovesciare l’assetto economico imposto al continente dall’austerità. La svalutazione dello yuan voluta da Pechino potrebbe aprire uno spiraglio per il rilancio di politiche espansive nell’Eurozona.
L’eurozona, sin qui, ha tentato una strategia di uscita dalla crisi identica a quella cinese: puntare al surplus delle partite correnti spingendo sull’export in modo sbilanciato rinunciando allo sviluppo della domanda interna. Una strategia vulnerabile e per nulla cooperativa, perché basata sui propri guadagni a scapito dell’altro, è fallita in Cina come in Europa.
E la piega distruttrice che ha preso l’Europa non c’entra con la moneta e la sovranità monetaria, non c’entra con il primato tecnocratico, c’entra con la politica, con scelte esclusivamente politiche. Oligarchiche e politiche. E non c’è salvezza nella inversione ad U che riconsegna l’orizzonte agli Stati nazionali. Meglio, molto meglio continuare a battersi sul terreno europeo, l’unico possibile, l’unico che può determinare una qualche inversione di tendenza di lunga durata. Magari prendendo sul serio l’elaborazione che ha portato i curdi, a cavallo del limes, ad abbandonare l’idea del potere connessa allo stato nazionale, avviando invece una rielaborazione straordinaria che pone l’accento sulla dimensione territoriale, la democrazia integrale e la cooperazione tra comunità, generi, vivente umano e non umano. Non comunità di destino né piccole patrie ma l’esercizio quotidiano dell’autogoverno e dell’autoeducazione al cambiamento, alla democrazia paritaria. Praticare l’orizzonte europeo significa partecipare a questa impresa rafforzando i presidi territoriali presenti in ogni singolo Paese.

La vittoria di Syriza alle elezioni con quasi due milioni di voti e oltre il 35% dei consensi è un’affermazione costruita nel tempo, investendo sulla credibilità di Tsipras e la presenza capillare del partito nelle pieghe della società. In barba a tutti i sondaggi più o meno interessati. I greci hanno dimostrato, ancora una volta, di volere il cambiamento e che non hanno alcuna intenzione di farsi governare da chi li ha portati nel baratro.
In questo contesto il protagonismo di Syriza e il coraggio del popolo greco hanno squarciato il velo dell’ipocrisia: un atto politico, democratico come il voto greco non solo sancisce che la sovranità popolare non è soggetta a nessun vincolo tecnocratico, ma apre un tenace scontro politico tra politica ed economia, tra democrazia ed oligarchia.
Così ha chiosato Alexis Tsipras, rivolgendosi alla piazza,
“Un mandato per la dignità del popolo, in Grecia e in Europa. Da domani inizia la lotta. Siamo duri a morire.”
Il terzo successo consecutivo in meno di un anno. Una sfida, la sua, contro la destra tecnocratica europea che ha provato ad umiliare la Grecia in ogni modo, e contro la sinistra incapace di fare i conti fino in fondo con il vincolo di popolo.
Tsipras e Syriza hanno riaperto la partita: oggi è possibile agire apertamente il conflitto contro un sistema economico che impone la diseguaglianza e che è stato raccontato come ineluttabile; contro coloro che in questi anni hanno fatto la guerra ai poveri invece che combattere la povertà. Contro l’oligarchia dei pochi per la democrazia dei tanti. Tsipras non si può dimettere dal suo popolo.
Per questo ribadiamo quanto già espresso in altri dispositivi:
“occorre una conferenza europea sul debito, non solo per la Grecia che ne ha necessità, ma per tutto il sud Europa. Serve un nuovo modello di sviluppo, basato sulla giustizia climatica, sui diritti del lavoro e di libertà.
Perché questo obbiettivo sia credibile è necessario rimettere radicalmente in discussione i trattati che hanno condannato l’Europa ad un puro spazio mercantile e contabile, incapace di uscire dalla crisi con politiche espansive e redistributive.”
In questo contesto e nel vivo di questa battaglia su scala continentale si colloca la possibilità di ridare forza e dignità alla politica e alla sinistra anche nel nostro paese. Il tema non è la fusione a freddo della galassia che è proliferata sulle divisioni, i risentimenti e il minoritarismo. Si tratta piuttosto di cogliere segnali di controtendenza che arrivano da diverse parti d’Europa.
Segnali, possibilità di una controtendenza capace di attraversare l’Europa scossa da una crisi di visione e di identità. Come il vento antirazzista che scuote muri e pensieri corti. Come la vittoria alle primarie Labour di Corbyn. Come Podemos in Spagna e il riposizionamento del socialista Sanchez sempre nella penisola iberica. Come in Portogallo dove il partito dell’austerity perde oltre 30 seggi e il Bloco de Esquerda, guidato da Caterina Martins e Mariana Mortágua, ottiene il 10,2%, riaprendo per questa via persino la dialettica per il governo del Paese da realizzare con i socialisti. Come le parole di papa Francesco a L’Avana sulla centralità della persona. Come l’importante conferenza di Parigi sul clima dove si concentreranno sul piano istituzionale e non movimenti e intelligenze pronti a battersi contro le scelte che determinano il riscaldamento globale e le emissioni di gas serra. Molti semi e qualche frutto capaci di dare fiato ad una battaglia che deve dispiegarsi sul piano europeo e anche in ogni singola comunità locale.
Come scrivevamo già a luglio
“si tratta di raccogliere i semi che quel vento può portare: semi di democrazia prima di tutto, ma anche semi di uguaglianza e di libertà da far crescere come originali e peculiari azioni politiche. Semi i cui frutti restituiscano al lavoro la dignità che le riforme imposte ai paesi del sud dalle istituzioni europee stanno distruggendo, cancellando diritti e tutele, desertificando il terreno del welfare tradizionale e sterilizzando le forme di nuovo welfare che sorgono spontaneamente come strategia di alternativa alla crisi, come auto-organizzazione, e anche nella forma di rivendicazione di futuro avanzata dai corpi sociali iper-precarizzati, figli del ventennio neoliberista.”
Contemporaneamente il governo Renzi porta a conclusione un primo imponente processo di controriforme, a partire da quella della scuola, dove l’etichetta ‘buona’ suona come un beffardo ossimoro, in un Paese in cui i processi di dequalificazione degli apparati formativi producono lo scandalo del sistematico definanziamento della ricerca e dell’università; il Job Act, dove l’ultimo presidio di lavoro tutelato trova un crepuscolo lungo tre anni o la recentissima approvazione del DDL Boschi che marginalizza il Senato e nel combinato disposto con l’Italicum fa saltare gli equilibri democratici e affida ogni decisione al premier.
Inoltre l’interruzione da parte di Confindustria delle trattative sul nuovo modello contrattuale sono un vero e proprio invito al governo ad intervenire unilateralmente sulla materia . Tale intervento non solo produrrebbe un taglio drammatico delle retribuzioni, ma renderebbe il ruolo sindacale del tutto irrilevante. Muterebbe la natura del conflitto sociale nel paese fino a renderlo marginale ed ininfluente.
La legge di stabilità,al di là della becera propaganda, non inverte la tendenza alla svalorizzazione del lavoro. Abbiamo il dovere, in sintonia con le organizzazioni sindacali, di promuovere una mobilitazione democratica al fine di provare a mutarne l’indirizzo. Si regalano risorse ingenti ai proprietari di grandi e lussuose abitazioni, ville e castelli e si nega la flessibilità pensionistica necessaria dopo le ingiuste misure della Fornero. Una miseria destinata ai rinnovi contrattuali del pubblico impiego dopo anni di blocco dei salari e nessun investimento pubblico in grado di dare lavoro stabile e qualificato e magari mettere in sicurezza il territorio devastato dalle conseguenze dei mutamenti climatici. Si taglia sulla sanità pubblica e si porta incredibilmente, nel paese con il più alto livello di evasione e corruzione, la possibilità di utilizzo del contante da 1000 a 3000 euro in controtendenza rispetto a tutti i tentativi di contrasto dei fenomeni illegali e malavitosi. Non si sfugge all’odiosa considerazione che si privilegia la rendita immobiliare e finanziaria in danno del lavoro.
Dunque, il nostro giudizio sull’azione del governo Renzi rimane drasticamente negativo.
Per contrastare questo processo di chiusura di spazi democratici intorno alla verticale del potere che sostiene Renzi, Sel investe tutte le proprie forze, energie e cultura politica in un nuovo inedito processo. Un percorso fondato su cultura politica, processualità democratica e ambizione di governo, di alternativa di governo. Il centro-sinistra non c’è più, scassato dall’affermarsi di una interpretazione trasversalista, personalista e opportunista dello spazio di governo: spinta fin sulla soglia di una spericolata e inedita legittimazione dei fenomeni di trasformismo. E’ dunque a partire da questa novità e dentro questo quadro che si colloca la stagione delle prossime elezioni amministrative. Il voto in molte città tra le quali alcune delle più grandi e importanti del Paese rappresenta un passaggio di particolare importanza. In quelle elezioni si deciderà della vita delle città e di chi le abita ma contemporaneamente un voto di queste dimensioni assumerà il senso di un voto sulle politiche di governo della crisi e sulle loro conseguenze locali e nazionali. Per noi non si tratta di stabilire regole astratte che da Roma calino sui territori in modo automatico e meccanicistico. Consideriamo necessario difendere e lavorare per dare continuità a quelle esperienze che nel governo concreto delle città hanno saputo guadagnare le caratteristiche di laboratori politici e amministrativi. Proprio per questo però è necessario che, ovunque non si verifichino queste condizioni, l’impegno di Sel sia rivolto alla costruzione di percorsi innovativi e autonomi che, a partire da qualificate proposte di governo locale e dalla definizione partecipata di percorsi plurali, mettano in campo un punto di vista alternativo e competitivo.
Per farlo sarà necessario avere il coraggio dell’innovazione e del cambiamento, a partire da un grande lavoro di ricerca culturale e programmatica, autonomo e alternativo. La connessione tra saperi e politica, tra competenze e soggettività, da realizzare in un grande evento da mettere in scena entro dicembre. Evento preceduto da un primo passo fondamentale, l’unificazione dei gruppi parlamentari.
L’unificazione dei gruppi e l’iniziativa di dicembre come start up di un processo che dovrà inevitabilmente vivere sul territorio, nelle professioni, in ambiti tematici a noi cari, dall’ecologia ai beni comuni, dalla democrazia paritaria al municipalismo, dal lavoro dipendente all’economia collaborativa.
Non intendiamo dare vita ad un nuovo soggetto politico fondato su un meccanismo pattizio, di accordo tra gruppi dirigenti. Sempre nel dispositivo di luglio proponevamo un approccio diverso:
“la costruzione di un sentire comune e un’intenzione condivisa, quella di lasciare che si dispieghi l’intelligenza della partecipazione, della creatività sociale, della solidarietà concreta e quindi di una democrazia integrale capace di dare valore ai singoli e di costruire virtuose relazioni sociali.”
Avviare il processo con generosità e giocarsi l’eventuale contesa di linee nell’unico spazio possibile, quello dove vige una testa un voto.
Per questo proponiamo a tutte le personalità e le realtà della sinistra di affrontare insieme una nuova sfida: condividere una carta dei valori comune, un programma minimo su cui poggiare, e una pratica democratica fondata sulla centralità dei singoli, intercettati sul territorio o in rete grazie alla piattaforma digitale.
Vogliamo evitare gli errori del passato, il minoritarismo, il meccanicismo e la riproposizione di una equazione che accompagna, da una decina di anni, i fallimentari tentativi di riaggregazione a sinistra, quella fondata sulla idea di costruire un progetto politico per contrarietà, a partire da vicinanze o lontananze dal PD, come se, per battere la vocazione maggioritaria bastasse enunciare una sorta di predisposizione minoritaria. E vogliamo altresì batterci contro le derive opportunistiche e trasformistiche di quel governismo che non è cultura di governo ma solo ansia, spesso scomposta, di potere.
In questo senso sarà decisivo lavorare sulla cultura politica del nuovo soggetto, affinché possa vivere come una opzione credibile, visibile, tangibile, di una sinistra capace di “connessione sentimentale” con un popolo largo. La questione è cosa siamo, quali interessi vogliamo rappresentare, quale visione del mondo orienta la nostra agenda quotidiana, quale narrazione offriamo a corpi sociali sempre più frammentati e sempre più bisognosi di speranza. Il tema è prendere confidenza con la nostra anima (piuttosto che specchiarci di rimbalzo in quella altrui).
Cultura politica, pratica democratica e ambizione di governo sono le basi su cui poggia l’iniziativa per avviare un nuovo processo a sinistra.
Per queste ragioni, come già deciso nella assemblea di luglio, impegniamo Sel ad ogni livello nella costruzione di un soggetto politico che abbia l’ambizione di presentare al Paese una proposta di governo autonoma, e per questo alternativa e competitiva a quella di Matteo Renzi. Si tratta di ricostruire il punto di vista di una sinistra ecologista, laica, dei diritti e del lavoro che torni a parlare all’Italia e ad agire in Europa. Non amiamo le vocazioni maggioritarie e sappiamo che dirsi di governo, cioè porsi l’ambizione di una proposta all’altezza della complessità, significa porsi il tema della politica delle alleanze. Oggi, sul piano politico, un’alleanza col Pd di Matteo Renzi non è neppure immaginabile, perchè sarebbe la sconfessione delle nostre battaglie e proposte. Allora, anche perché la politica delle alleanze da fattore di cultura politica torni ad essere opportunità concreta per il cambiamento, occorre ridare forza e consistenza ad una sinistra che, come avviene in tutta Europa, cresce quando con forza e innovazione mette radicalmente in discussione le ricette che hanno caratterizzato la proposta del Socialismo Europeo nel governo della crisi, e lavorare alla costruzione di una piattaforma comune con quanti da dentro, come Corbin, e da fuori come Tsipras, Podemos e i Verdi europei indicano una strada radicalmente diversa.
Avere il coraggio di muovere in questa direzione è il compito che ci assumiamo.
 Approvato dall’Assemblea nazionale di Sel a larga maggioranza nessun contrario 2 astenuti

Fonte: http://www.sinistraecologialiberta.it/notizie/il-documento-approvato-dallassemblea-nazionale-di-sinistra-ecologia-liberta/

martedì 5 maggio 2015

Verso un nuovo inizio? E andiamo!




La dichiarata volontà di superare SEL ribadita oggi da Nichi Vendola è uno stimolo che non può lasciare indifferenti noi (provenienti dalla sinistra radicale, dal mondo comunista) e la sinistra dem: l'annuncio di non voler più sostenere il Governo dovrà tradursi nella costituente di una nuova sinistra di governo, altrimenti è fuffa.
Però sbrighiamoci, è un "risiko" che appassiona solo gli addetti ai lavori, gli italiani sono interessati ad altri argomenti che quotidianamente (e in maniera ben più stringente) si presentano alle famiglie: reddito, lavoro, cittadinanza e diritti.
La piazza del mondo della scuola si mostrerà sensibile verso questa scacchiera alle elezioni regionali del prossimo 31 maggio. Purtroppo, ancora una volta, ben più efficacemente di noi, sarà la destra, spinta anche dal voto operaio, a spuntarla contro le forze moderate.
Un dibattito incollato al "si esce oppure no?", "Landini o Civati", "vino rosso o vino nero?", ci arrapa, non può essere altrimenti! Da anni rincorriamo la possibilità di occupare lo spazio di una VERA Sinistra di governo. La accelerata a destra di Renzi ci lascia posto a manca, per occupare quella posizione, quella della esigenze di portare le rivendicazioni già citate sui "banchi che contano", dobbiamo addirittura stimolare questo dibattito. Le peggiori destre non hanno questo problema, loro sono palle appoggiate su una discesa, faranno strike dei valori democratici già parzialmente abbattuti da Renzi.
La spunteranno Salvini, Meloni e qualche altro "nuovo riciclato" se non premiamo sull'acceleratore!
Dal canto mio, sto incominciando (non senza ponderare delle scelte dolorose) ad abbassare il piede sul pedale.

lunedì 19 gennaio 2015

Il Cinese è vicino, non la Cina.





La fuga dal PD di Sergio Cofferati, fatta dalla porta principale, con l'orgoglio di chi ha una storia politica eccezionale, un buon professore che ha trattato anche troppo correttamente i vari Renzini indisciplinati, è sintomatica dell'acuta crisi identitaria dell'unico partito definibile tale. Questo fatto ha scatenato delle reazioni interessanti in maggioranza dem, sinistra, sinistra dei micropartitini, M5S etc.
Nonostante tutto, evitiamo di fare l'errore di fossilizzarci sull'ennesima sega mentale appassionante solo per gli addetti ai lavori: non sta arrivando Godot e mentre parliamo del "cinese" c'è chi continua a fare propaganda (e a guadagnare voti) sulla pelle dei migranti e di due volontarie che hanno, secondo alcuni, non avrebbero dovuto riabbracciare la patria. Sono sicuro che se ogni tanto proviamo a parlare meno di PD e più di gente, di necessità concrete, di un benessere possibile, sarebbe più facile fondere questa sinistra, fare questa benedetta SYRIZA italiana e magari con qualche voto in più dei soliti 5.

domenica 26 ottobre 2014

Fuori dall'angolo, per un nuovo inizio.

Documento politico presentato dall'area "Giovani e Comunisti", una forte accusa nei confronti di quella sinistra che si accontenta degli 1% e non manifesta nessun interesse nella direzione di una vera alternativa politica negli interessi dei cittadini. Io e tanti altri compagni non vogliamo più essere complici.

Nel corso di questi anni abbiamo navigato controcorrente.
Lo sappiamo bene ora, ora che l’imbarcazione va a rilento e fatica a riprendere il cammino. Controcorrente nella società, da quando - all’indomani della scissione di Chianciano e dell’abbandono di gran parte del gruppo dirigente nazionale – provammo ad affermare l’attualità e l’utilità di un’organizzazione giovanile comunista.
Controcorrente nel nostro stesso partito, perché non siamo stati in grado di fare percepire questo obiettivo come un obiettivo di tutti e non solo di una parte.
Ce ne assumiamo in pieno la responsabilità, consapevoli allo stesso tempo che la differenza che si è acuita in questi anni ha avuto un cuore: il diverso profilo, politico e culturale, il diverso modo di essere comunisti nella fase attuale.
Sosteniamo da tempo che l’efficacia del Prc si è ridotta ben al di sotto della soglia che separa la politica dalla testimonianza, che distingue la possibilità di una contesa per l’egemonia dentro la società dalla residualità.
Sosteniamo da tempo che il Prc è vittima di una progressiva marginalizzazione di cui esso – la linea politica del suo gruppo dirigente – è la causa principale.
La risposta a queste obiezioni è stata in questi anni duplice: da una parte un’azione di disinvestimento (totale nel caso delle risorse e della fiducia politica) e di delegittimazione dell’organizzazione giovanile a tutti i livelli; e dall’altra parte una demonizzazione costante (talvolta grottesca) delle nostre posizioni, che allo scorso congresso ha toccato probabilmente il suo apice.
La nostra richiesta di immergersi, per salvare e rilanciare la rifondazione comunista, in un processo unitario e rinnovato è stata sistematicamente ostracizzata in nome della purezza inossidabile del gruppo dirigente e delle sue virtù.
Dalla costruzione di Alternativa Ribelle al lavoro unitario nelle Università con le sigle sindacali, dalla trama di relazioni consolidate nell’universo della sinistra giovanile e nei movimenti persino alle relazioni internazionali: tutto il nostro lavoro, reso prima più faticoso e poi tecnicamente impossibile, è stato contestato, contrastato, stigmatizzato.
Siamo oggi di fronte a una realtà che non possiamo più nascondere per puro spirito di disciplina, perché la disciplina senza la condivisione diventa complicità, e pure un po’ ottusa. La realtà è che Rifondazione comunista non è più una comunità nella quale la linea politica e la direzione siano democraticamente contendibili.
La realtà è che Rifondazione comunista è un partito inadeguato, che non ha saputo coltivare il suo futuro (l’organizzazione giovanile) ma ha preferito lottare contro di esso, allontanando nel corso di questi anni un numero enorme di compagne e compagni (ancora più grande se confrontato con il numero esiguo di coloro che sono rimasti iscritti).
La realtà è che Rifondazione comunista è un progetto politico ormai privo della capacità di confrontarsi con il mondo esterno, con una realtà sociale sempre più articolata e sempre più insofferente al dogmatismo, al settarismo, a strutture che hanno perso la curiosità di sperimentare, di innovare, di mettersi in discussione.
Di tutto questo, ancora, ci assumiamo la responsabilità. Lo facciamo sia nella misura in cui abbiamo contribuito a definire in questi anni gli orientamenti del partito, sia nella misura in cui non abbiamo avuto la forza e la capacità di convincere la maggioranza del partito a trasformare Rifondazione comunista nel soggetto inclusivo, aperto, popolare, democratico che abbiamo provato a ipotizzare.
Quello che non ci si può chiedere è però di rinunciare all’idea che la Sinistra possa essere qualcosa di diverso da ciò che abbiamo conosciuto.
Men che meno in settimane come queste, nelle quali fuori dalle nostre stanze cresce, dalle mobilitazioni degli studenti alla grande manifestazione della Cgil contro il Jobs Act, un nuovo protagonismo sociale. E insieme, a partire dall’appuntamento del 4 ottobre convocato da Sel in piazza Santi Apostoli, un progetto politico e un’idea nuova, più credibile, capace potenzialmente di valorizzare le energie attivate con l’esperienza elettorale della lista Tsipras e quelle che, sin qui, non abbiamo saputo intercettare.
Un progetto e un’idea che, non a caso, esprimono curiosità, vicinanza, interesse verso il percorso che noi abbiamo compiuto in questi anni.
Non ci si può chiedere di scegliere tra ciò che abbiamo conosciuto sin qui e il disimpegno. Non sarebbe giusto, per il semplice motivo che la nostra generazione non può rimanere tutta la vita nell’angolo minoritario nel quale siamo per le responsabilità politiche di chi ci ha preceduto e continua a mantenere il timone.
Ciò accade già altrove (nella vita quotidiana, in una società bloccata dagli errori delle classi dirigenti di questo Paese) e non può accadere nella politica, cioè il luogo deputato a scardinare questo blocco e a ripristinare per tutti – e quindi anche per la nostra generazione –
condizioni di eguaglianza, di giustizia e di libertà.
Per questo motivo decidiamo di non rinnovare e non proseguire il nostro impegno a l’interno dell’organizzazione giovanile, di non partecipare alla prossima Conferenza nazionale e di dimetterci da tutti gli incarichi che attualmente ricopriamo, a tutti i livelli, nei Giovani Comunisti.
Ai compagni che rimarranno facciamo tanti auguri perché ne hanno bisogno e perché guarderemo con affetto vero a ciò che seguirà a questo epilogo.
Allo stesso tempo, ci impegniamo a trovare insieme, nelle prossime settimane, le forme e i luoghi per continuare un percorso politico coerente con le prospettive che abbiamo tracciato in questi anni, con l’obiettivo di essere protagonisti del processo di costruzione di un nuovo soggetto politico della Sinistra italiana, con radici profonde e radicate nella nostra storia e con la forza, la curiosità, i dubbi che ci è parso tra noi avessimo definitivamente smarrito.

Giovani E Comunisti, all’unanimità dell’assemblea. Le compagne e i compagni della Direzione e del Coordinamento nazionale 2010-2014 dei Giovani Comunisti, della Direzione e del Comitato Politico Nazionale del Prc.

Veronica Albertini, Danilo Borrelli, Irene Bregola, Filippo Cannizzo, Francesco D'Agresta, Alessandro Fatigati, Niccolò Gherarducci, Carmelo Ingegnere, Danilo Loria, Giorgio Marasà, Mattia Nesti, Simone Oggionni, Nicolò Ollino, Matteo Quarantiello, Daniele Quatrano, Anna Roma, Luca Rossi, Riccardo Sbordoni, Alessandro Serra, Carlotta Sorrentino, Valerio Todeschini.

domenica 3 agosto 2014

Errori Costituenti #1

Perché le riforme strutturali potrebbero avere delle ricadute negative sulla politica italiana.


Ho scritto un articolo abbastanza lungo dove esprimo le mie perplessità sul percorso di riforme intrapreso dalle larghe intese e come questo potrà influire sulla sinistra radicale e tutta la vita politica del paese in generale. Ho dovuto dividerlo in più parti per adeguarlo alla web writing. Buona lettura.



Mi è capitato sotto gli occhi un recente articolo, apparso sull'organo ufficiale del PD "Europa", dal titolo Basta con quei bambini usati contro Israele, dove si cerca, con tutte le forzature del caso, di giustificare l'azione di guerra condotta da Israele contro il popolo palestinese. O meglio, l'azione militare più recente in questo storico, interminabile bagno di sangue.
Quando una difesa partigiana non corrisponde a fattori oggettivi, estremizza il messaggio dei canali favorevoli, la definirei (senza la pretesa di avere la verità sulle labbra) ideologismo.
La già accennata presa di posizione (tutta personale) del giornalista Fabrizio Rondolino, proviene da una voce che corrisponde, non nei contenuti, sicuramente nella dialettica, al nuovo corso del centrosinistra italiano. Infatti la vera novità del Renzi segretario, leader, non sta in una ricollocazione "a destra" del Partito Democratico (la comune dicitura PD=nuova DC mi fa un po sorridere), credo semmai sia evidente la ricerca per plasmare una vera identità a quel partito all'indomani del suo ingresso  nel mondo delle socialdemocrazie europee. La guerra di posizione con le minoranze interne (esterne non ne esistono più) ha tutta l'aria di assumere l'aspetto di una battaglia ideologica e siccome Golia schiaccerà Davide, a il vincitore si giocherà l'indirizzo fondamentale di un nuovo assetto statale, più simile alle idee del soggetto egemone.
Riprendiamo un secondo la posizione di Rondolino su Israele. E' certo che la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne che stanno ne l'orbita del principale partito di governo non condividono questa posizione, cosi come il plebiscito per il "Sindaco d'Italia" non deriva certo dalle idea della sua corporazione interna su Senato, sindacati, pubblica amministrazione etc. ma per il profumo di vittoria che emana il ragazzo di Pontassieve. Ma se è vero che le nuove direzioni e la base non stanno più insieme, potrebbe non cambiare niente, oppure possiamo aspettarci che esploda qualcosa o addirittura che la mancanza di larga convergenza politico-popolare sui nuovi assetti dello stato (in via di attuazione), conduca ad una ancora più forte crisi della Democrazia?
La posizione dominante del PD può permettere loro di cercare un feeling solo con coloro che sanno assicurare numeri, voti in parlamento. Una logica malata per mettere mano in maniera cosi pesante sulla Carta: la Costituzione fu scritta a sedici mani, eletta con una legge proporzionale che assicurasse la rappresentanza a tutti gli italiani ed era dunque escluso ogni rischio di eversione dall'ordine ed era aperta ogni possibilità di Governo.

venerdì 1 agosto 2014

Piteglio per la Pace!

La bandiera arcobaleno fra il tricolore e la bandiera europea sul municipio di Piteglio.




L’amministrazione comunale di Piteglio, a seguito dei più recenti e sanguinosi sviluppi del conflitto Israelo-Palestinese, ha deciso di esporre, fuori dai locali del municipio, un simbolo di pace: la bandiera arcobaleno.

E’ un piccolo segnale che vuole diffondere un grande messaggio: non possiamo rimanere indifferenti di fronte all’ennesimo conflitto affacciato sul mar mediterraneo, come ad ogni altra guerra che miete vittime ancora oggi colpisce il genere umano.

giovedì 17 luglio 2014

Appello per la Pace

Ho inviato alle forze politiche del Centrosinistra della montagna pistoiese il seguente appello:
(Prego chi volesse aderire a titolo personale di mandare una mail al mio indirizzo giubaldassarri@gmail.com)

lì, 17/07/14
 
Alla cortese attenzione delle forze politiche della Sinistra e del Centro-Sinistra della Montagna Pistoiese.


Amici e Compagni, scrivo sia come dirigente della Sinistra che come cittadino della Montagna Pistoiese.
Sono passati più di dieci anni dalle enormi mobilitazioni del 2001-2003 che scossero tutta l’Italia (e anche il nostro territorio) in nome di una parola, cosi semplice e sempre calpestata: “pace”.
Il valore politico ed umano di quella mobilitazione fu incredibile (risultò determinante per la formazione del secondo Governo Prodi), il mondo dell’associazionismo ne fu promotore e la Sinistra lo spalleggiò. Da allora non hanno mai smesso di tuonare i cannoni, di morire civili e militari. Eppure quelle bandiere arcobaleno, per noi cosi importanti, non sono più appese ai balconi delle nostre case, le piazze non si muovono e  commuovono più con le stesse parole d’ordine, non viene più sentita la solita urgenza.
Penso che l’Italia (cosi importante per gli equilibri della nostra fragile Unione Europea), possa assumere una posizione più netta su quella infinita guerra che ancora una volta è padrona della cronaca: il massacro di Gaza, l’eterno scontro fra due popoli.
Il “cessate il fuoco”, concordato fra i due paesi, non cancella comunque più di sessant’anni di morte, né garantisce la ri-pacificazione effettiva e parallelamente ancora muoiono uomini, donne e bambini a Tripoli, Kiev,  Damasco, Baghdad e fra i profughi in fuga, fra le centinaia di vittime a largo delle coste Italiane (ed Europee) come clandestini, non come uomini (per chi dice che le guerre non ci riguardano, non ci toccano da vicino).
Non rimaniamo ciechi di fronte alla disumanità, “Restiamo umani” (citando un grande Italiano) e nel nostro piccolo uniamoci sotto il verbo della pace, prendiamo posizione.
Propongo che le forze del Centrosinistra e le rappresentanze civiche della Montagna Pistoiese, si impegnino a comporre e sottoscrivere un documento politico comune per la pace, si dimostri che siamo progressisti.
Sono certo della vostra sensibilità al tema, sono certo di avere risposte positive da parte vostra. Schieriamoci contro la guerra, “Restiamo umani”.
Giulio Baldassarri.

Piteglio, 17/07/2014